“C’È ANCORA BISOGNO DELLA SCUOLA OGGI?”

L’ ENGIM NAZIONALE sabato 23 febbraio 2019 è stato presente all’incontro “C’È ANCORA BISOGNO DELLA SCUOLA OGGI?” organizzato dalla CEI. La scuola ed il mondo della formazione in generale si trovano infatti oggi, a far fronte a sfide nuove, poste ad esempio dalla rivoluzione sociale e culturale della società tecno-digitale. L’incontro è stata un’occasione per riflettere insieme su un modello scolastico centrato sulla persona, comunitario, partecipativo, del sapere e del fare, dove ciascuno è chiamato a dare il suo contributo in termini di metodologie e finalità condivise. Nel contesto del Seminario si è anche collocata la celebrazione del ventesimo anniversario del Centro studi per la scuola cattolica e del Consiglio nazionale della scuola cattolica della Cei, due espressioni dell’attenzione perdurante dei vescovi italiani per la scuola cattolica.


Le relazioni del Seminario sono state curate della Prof.ssa Maria Teresa Moscato e della Prof.ssa Luisa Ribolzi; i vent’anni di attività del CSSC sono stati relazionati dal prof. Gugliemo Malizia

Per la Prof. Maria Teresa Moscato le risorse educative effettive che le scuole hanno, o che possono avere, siano fondamentalmente almeno due:

  • La relazione. La scuola può offrire relazioni umane significative, di ogni allievo con i suoi insegnanti, degli allievi fra di loro, dei gruppi classe con ogni singolo insegnante. Sono educative relazioni che si riferiscono a significati e valori, mediando contenuti scientifico-disciplinari; relazioni che propongono personali compiti di sviluppo, li accompagnano, li valutano, li esercitano. Relazioni che chiedono fiducia e offrono fiducia a ciascun allievo; relazioni che “contengano” le persone giovani (nel senso di Winnicott); relazioni in cui i ragazzi incontrano degli adulti “affidabili”, ricavandone la speranza personale di poter diventare a propria volta “adulti affidabili”. E’ fuori moda ricordare che l’educazione si compie soprattutto attraverso le relazioni significative, in un delicato gioco del “tirare la fune” fra due ordini di soggetti. Vorrei sottolineare che le relazioni dicura che gli insegnanti/educatori possono offrire, per quanto possano includere alcune componenti affettive, non sono costruite o definite dall’affettività. La cura è una forma d’amore che non esige reciprocità ed esclude qualsiasi pretesa. Il vero problema è che ci siano in numero sufficiente persone adulte di tale maturità umana disponibili a dedicarsi all’insegnamento.
  • I modelli partecipativi di insegnamento. Ad onta del “riformismo compulsivo” che ha segnato gli ultimi venti anni, gli elementi tuttora deboli nel sistema scolastico italiano sono le metodologie di valutazione e soprattutto i metodi induttivo-attivi. Di laboratori si parla molto più di quanto non si operi, e sono convinta che la maggioranza degli insegnanti in servizio tenda ad evitare qualunque modalità induttivo-attiva, per evitare che si scatenino dibattiti fra gli allievi, che essi non si sentono in grado di controllare. In realtà, qualsiasi contenuto didattico venga proposto attraverso materiale stimolo di norma attiva la partecipazione dell’allievo e lo coinvolge. Il problema sono le strategie con cui gli insegnanti ascoltano e fanno parlare gli alunni, regolano la discussione fra loro, e provocano nuove abilità di comunicazione attraverso la stessa attività didattica.

La professa Luisa Ribolzi ha offerto il su contributo sottolineando i seguenti punti

 

  1. La scuola non è più l’unica fonte di informazione, e forse nemmeno la principale, per cui il suo compito è piuttosto quello di promuovere la conoscenza, che è un’informazione critica e relazionale.
  2. Nella nostra società, il problema educativo è innanzitutto un problema degli adulti
  3. La scuola deve fare i conti con la crescente possibilità di falsificazione del reale prodotta dalla realtà virtuale.
  4. Un altro limite della scuola è la sua persistente astrattezza: serve una scuola del fare.
  5. Una scuola che serve per la vita ha un apprendimento reciproco, sia dei ragazzi fra di loro (il cosiddetto “effetto dei pari”),sia fra ragazzi e insegnanti.
  6. Accanto alle competenze disciplinari, i ragazzi devono padroneggiare anche competenze di tipo più genericamente sociale, che li abilitino a una partecipazione di cittadinanza equa e consapevole.
  7. È importante mantenere l’equilibrio fra “saperi” e “valori”, puntando su quella educazione del “bambino intero” che viene vista come fondamentale dalle teorie pedagogiche e sociologiche più recenti.

In allegato riportiamo i materiali di approfondimento del lavoro realizzato durante l’incontro ed i saluti del Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, che per impegni istituzionali non è potuto essere presente all’incontro ma che in questo modo ha voluto comunque far sentire la sua vicinanza alla celebrazione dei vent’anni di attività del Centro Studi.