Sicilia, la formazione professionale messa all'angolo

Oggi l'iniziativa della Confap che riunisce gli enti d'ispirazione cattolica. Mancano le coperture finanziarie da parte della Regione. Don Antonio Teodoro Lucente, presidente della Confederazione, paventa il rischio che tanti ragazzi perdano i contatti con i percorsi formativi. "Siamo ridotti alla fame e se saremo costretti a retrocedere, lo spazio che lasciamo libero è un regalo alla mafia"

Giovanna Pasqualin Traversa

Un flash mob silenzioso per denunciare la situazione insostenibile della formazione professionale in Sicilia, sperando che non rimanga l’ennesimo appello destinato a cadere nel vuoto. Lo promuove questa mattina a Palermo, di fronte alla sede della Regione, la Confap regionale in rappresentanza degli enti di formazione professionale ispirati ai principi della Dottrina sociale della Chiesa e accreditati presso la stessa Regione: Ciofs-Fp, Congregazione Figlie Maria ausiliatrice; Cnos-Fap, Congregazione salesiani; Cfp S. Giovanni Apostolo; Endofap, Congregazione orionini; Engim Sicilia, Congregazione dei padri giuseppini del Murialdo. Organismi che realizzano corsi triennali di qualificazione professionale, alternativi a percorsi scolastici più tradizionali, per assicurare l’obbligo scolastico fissato a 16 anni. “Una manifestazione ‘in nero’ con oltre 2mila persone tra allievi, familiari e insegnanti – spiega al Sir don Antonio Teodoro Lucente, sacerdote giuseppino e presidente della Confederazione –, in segno di lutto perché siamo arrivati a un punto di non ritorno”. Niente slogan o cori: “Dalle 9.30 al primo pomeriggio svolgeremo all’aria aperta la nostra normale attività di formazione, dandone una dimostrazione pratica, e a conclusione i ragazzi prepareranno un pranzo da offrire ai partecipanti”.

Dati drammatici. Don Lucente parla, a ragione, di “dati drammatici che non emergono dalle cronache nazionali”. In Sicilia mancano le coperture finanziarie per la formazione professionale: 2500 minori in obbligo di istruzione, iscritti ai percorsi di istruzione e formazione professionale per l’anno 2014/2015, non hanno alcuna garanzia sulla prosecuzione del proprio percorso. A questi si aggiungono i 3500 allievi iscritti alle terze annualità dell’anno scolastico 2013/2014, non ancora in aula dopo oltre 12 mesi dal naturale avvio delle attività. Ragazzi che di fatto hanno perduto un anno della loro vita e si trovano, secondo il termine tecnico, in “dispersione scolastica” con il rischio di cadere preda della mafia e della criminalità organizzata. Per alcuni è già successo. “Abbiamo avuto notizia – rivela con amarezza don Lucente – di nostri allievi ‘in attesa’ arrestati dalle forze dell’ordine”. Il presidente di Confap ricorda inoltre i 1500 operatori che, pur continuando a garantire il proprio servizio educativo e sociale “soffrono per la mancata corresponsione degli emolumenti, con ritardi da 10 a 24 mensilità”, tanto che per diverse famiglie è “emergenza sociale”. Sulla questione erano intervenuti la scorsa settimana anche i vescovi siciliani, riuniti per la sessione autunnale della Conferenza episcopale dell’isola, auspicando “la definizione di una politica della formazione professionale che progetti e programmi a garanzia dei ragazzi, dei giovani, dei lavoratori, del bene comune e dello sviluppo economico-professionale della nostra Sicilia”.

Educazione contro la mafia. La mobilitazione di questa mattina, prosegue il sacerdote, “chiude una serie di interpellanze che dura da anni, ma ci rivolgiamo di nuovo alle istituzioni per trovare risposta ad una situazione che la nostra gente non merita. Se nessuno ci darà ascolto, moriremo in piedi dopo avere chiesto ancora una volta quello che è semplicemente un diritto per i nostri ragazzi; diritto garantito al Nord e al Centro Italia, ma che nella nostra regione e in buona parte del Mezzogiorno rimane sulla carta”. “Siamo ridotti alla fame – scandisce ancora il presidente di Confap -, e se saremo costretti a retrocedere, lo spazio che lasciamo libero è un regalo alla mafia”. Sì, perché se è compito delle istituzioni educare i minori a rischio dispersione scolastica, anche per strapparli dalle grinfie della criminalità, abbandonarli di fatto a se stessi significa consegnarli in strada e, soprattutto in certe aree, offrirli alle reti mafiose su un piatto d’argento. Per don Lucente, “la lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che educhi e abitui a sentire la bellezza e la freschezza del profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. Dunque non solo formazione professionale, ma anche educazione alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e dello studio, come auspicava don Pino Puglisi, ricordato appena un mese fa nel XXI anniversario della sua uccisione, proprio a Palermo, per mano della mafia. Parole che meriterebbero ascolto e traduzione nei fatti.